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L’euro non è la Concordia: non affonda. Per ora

L’euro, nonostante il downgrade generalizzato di S&P su Eurolandia e l’Efsf, ieri non è ulteriormente crollato. Tanto che qualcuno ha ipotizzato che la discesa della moneta unica stesse rallentando. Una lettura, a ben vedere, azzarda. Al di là del fatto che ieri i mercati statunitensi erano chiusi, su una cosa gli operatori concordano: l’euro, nel medio periodo, è destinato a scivolare.

Certo, i target variano: c’è chi indica 1,17 sul dollaro; altri fissano il valore medio di 1,20. Inoltre, anche a causa delle ricoperture di chi già ha sfruttato il suo calo, il cross valutario nel breve periodo potrebbe muoversi lateralmente. Tuttavia, l’analisi di fondo resta che quella: la divisa di Eurolandia, la più fragile tra le grandi monete mondiali, nel 2012 perderà ulteriormente terreno.

Così, diversificare il portafoglio in asset finanziari non denominati in euro risulta opportuno. Una strategia, però, più facile a dirsi che a farsi. Danzare con le monete estere non è un banale minuetto, bensì un rock acrobatico. Il loro valore è determinato da molteplici variabili.

Non contano solo i fondamentali (per esempio la bilancia dei pagamenti) ma anche, e soprattutto per l’euro, l’appetibilità del debito pubblico dei Paesi dell’Ue e la politica della Bce. In particolare, l’aumentare o diminuire della base monetaria: più cresce la liquidità in euro e più questo si indebolisce.

“Così – dice Alessandro Capuano, capo di Ig market Italia – il recente attivismo di Eurotower ha contribuito a spingere all’ingiù la nostra divisa unica verso il dollaro”. Un andamento che, fermo restando la diversificazione di portafoglio e la valutazione del giusto profilo di rischio-rendimento, può essere sfruttato.

In primis, con il semplice effetto cambio: se il tasso di conversione, tra il momento di acquisto di asset in dollari e la loro vendita dovesse scendere, l’investitore automaticamente ci guadagnerebbe. E’ ovvio, però, che bisogna fare attenzione: nell’ipotesi opposta si concretizza la minusvalenza. Ma non è solo il cambio. Diversi investitori ipotizzano una maggiore forza di Wall Street rispetto alle Borse europee.

Un andamento non tanto legato alla ricerca di beni-rifugio (il rendimento dei treasuries, per esempio, è salito), quanto all’idea che l’equitiy USA sia meglio posizionato. Un’opzione che, attraverso la scelta delle giuste aziende (con alte cedole ed esposte sui mercati emergenti), può offrire buone opportunità. Sia ben chiaro: qui si unisce il duplice effetto dei corsi azionari e del cambio.

La situazione, cioè, è più rischiosa. Così come, per la minore liquidità, più problematica è l’idea di investire in dollari canadesi o australiani. Si tratta delle cosiddette monete commodity, influenzate dall’andamento delle materie prime. Se, tuttavia, l’economia mondiale resta affamata di rame e ferro, il gioco potrebbe valere la candela.
Via| Il Sole 24 ore 17/01/2012

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